Rimaniamo sbigottiti rispetto al totale stravolgimento della realtà delineato nell’intervento dell’AD di MPS Alessandro Profumo così come riportato nell’articolo del Corriere di Siena del 9/9/14. La Fondazione MPS ha rappresentato per decenni il principale Bene Comune della città e la sua principale fonte di welfare territoriale. Era di proprietà pubblica perché i cittadini, l’amministrazione comunale e i lavoratori della Banca hanno sempre lavorato sodo, risparmiato per costruire un sistema previdenziale alternativo per le future generazioni di senesi e hanno esercitato un controllo rigoroso affinché la banca rifuggisse da operazioni spregiudicate e rischiose, preferendo investimenti meno redditizi ma sicuri, nella consapevolezza che gran parte del benessere della città derivasse dal suo stato di salute. Nell’arco di pochissimi anni una gestione non più partecipata ha dilapidato il capitale accumulato, in tanti secoli di lavoro e investimenti oculati, da questa comunità. Decisioni “errate” ( chiamiamole così ) come quella di acquistare Antonveneta per 10 mld di euro, a più di tre volte il suo valore reale: una “Caporetto spensierata” o un “acquisto suicida” come hanno titolato taluni giornali nazionali. Eppure in quel periodo ancora si discuteva se MPS dovesse seguire la “moda” della concorrenza spietata e diventare una delle prime banche europee, o restare la banca con una lunga storia, ma ancorata saldamente al suo territorio. Gli squilibri di bilancio causati da tale azione oggi si riverberano sui dipendenti del Monte e sui cittadini che erano beneficiari del welfare della Fondazione, passata nel frattempo ad un misero 2,5% del capitale azionario. Ma per Profumo no, il problema non è stato l’affaire Antonveneta, quanto “la scelta ottusa” di continuare a mantenere il 51% del Monte di proprietà della Fondazione, a beneficio dei cittadini. Di coloro che cioè hanno costruito la grandezza della banca. A chi sta realmente parlando Profumo ? Alla città o ai suoi nuovi azionisti ? La logica della sua affermazione ci sfugge. Non si può riscrivere la storia a proprio uso e consumo. 

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