di Romina Velchi
C’era lo stato maggiore del Pdl al gran completo, ieri al Senato, per la conferenza stampa nella quale sono stati presentati i cinque emendamenti che dovrebbero cambiare la Costituzione in senso semipresidenziale. Una comparsata degna delle grandi occasioni: c’era ovviamente il segretario Alfano; poi il coordinatore La Russa, i capigruppo Cicchitto e Gasparri, il vice capo dei senatori Quagliariello, l’ex ministro Brunetta e il deputato Calderisi.
E d’altra parte era ovvio: erano lì in pompa magna per illustrare la «riforma delle riforme», con tanto di cartellina e tabella di marcia per dimostrare che i «tempi tecnici» per approvare il semipresidenzialismo alla francese ci sono e che dunque la loro è una proposta «seria», non un modo per perdere tempo o per ottenere «un no tattico»: «Facciamolo ora o mai più» si lancia Alfano.
Una mossa astuta, che permette al Pdl di gettare la palla nel campo avverso (cioè del Pd), avendo incassato il sì (per ora ufficioso) della Lega, quello ufficiale di Fli («Sosterremo convintamente gli emendamenti sul presidenzialismo presentati al Senato dal Pdl», mette nero su bianco il vicepresidente Bocchino) e il nì di Casini. «Se ci sarà il no (del Pd, ndr), metteremo in evidenza che il nostro è il campo dei riformatori mentre la sinistra è per la conservazione dello status quo» mette subito in chiaro il segretario del Pdl. Anzi, Alfano propone un vero e proprio scambio: «Dopo le amministrative il Pd ha proposto il doppio turno alla francese, va bene se loro accettano il presidenzialismo».
Una vera trappola, nella quale, per la verità, il partito di Bersani si è (come altre volte) cacciato da solo: tirare in ballo il doppio turno, perché le amministrative non sono andate come dovevano, non sembra essere stata una mossa felice. E adesso toccherà al Pd dimostrare che non è vero, che il tempo non c’è e che «la voglia di semipresidenzialismo» è un «alibi per non fare alcunché» (commento di Anna Finocchiaro, presidente dei senatori Pd). D’altra parte, anche questa è una materia sulla quale, nel partito di Bersani, le posizioni sono diverse. Per una Finocchiaro che chiude alla proposta (una riforma simile «non può essere fatta se prima non si approva una legge sul conflitto di interessi» e comunque «richiede quantomeno una discussione pubblica e articolata, non è roba che si fa con un emendamento») c’è un Giachetti che invece sostiene che «arroccarsi su no preventivi e difensivi sia un errore».
Certo, se il Senato dovesse bocciare questi emendamenti, poco male: il Pdl giura che, in questo caso, non ostacolerebbe «il percorso della riforma in discussione al Senato» sulla base del testo uscito dalla commissione. Se, invece, Palazzo Madama dicesse sì (come è possibile, vista la “rinnovata” alleanza tra Pdl e Lega e il sì di Fli; l’Idv annuncia invece «barricate» contro la proposta del Pdl), allora serebbero guai. Per il Pd, che avrebbe solo due scelte: ingoiare il rospo o mandare a monte tutta la riforma per bloccare il semipresidenzialismo, con gli strascichi polemici e le lacerazioni interne facilmente immaginabili. Per il governo Monti, che, nella seconda ipotesi, si ritroverebbe con una maggioranza in piena crisi di nervi, con Pd e Pdl a rinfacciarsi le responsabilità.
Insomma, un ennesimo pasticcio di cui proprio non si sentiva il bisogno. Tanto più che, per la cronaca, gli italiani hanno già detto chiaramente – non un secolo fa, ma appena sei anni fa, nel 2006 – che la Costituzione gli piace così com’è: è stato in occasione del referendum che ha bocciato, con oltre il 60% dei no, le modifiche costituzionali volute del governo Berlusconi di allora. Perché allora tanta fretta? Tanta insistenza sulla necessità di fare riforme di cui gli italiani non avvertono l’urgenza (a parte la legge elettorale)? È quello, per altro, che si domandano illustri costituzionalisti come Gaetano Azzariti, Gianni Ferrara, Luigi Ferraioli, Domenico Gallo, Raniero La Valle, che in un appello scrivono: «Con una inammissibile precipitazione il Senato ha approvato in commissione un disegno di legge di riforma costituzionale. Ma la Costituzione non può essere profondamente mutata senza una vera discussione pubblica, senza che i cittadini adeguatamente informati possano far sentire la propria voce. È inaccettabile che la richiesta di partecipazione, così forte ed evidente proprio in questo momento, venga ignorata», mentre «ora si propone di passare da una repubblica parlamentare ad una presidenziale, di modificare dunque la stessa forma di governo, con un emendamento presentato in Aula all’ultimo momento (…) I firmatari di questo documento (…) si rivolgono a tutti i parlamentari perché rinuncino a portare avanti una modifica tanto pericolosa del sistema costituzionale». Gianni Ferrara aggiunge di suo: «Una rappresentanza parlamentare di dubbia, molto dubbia legittimazione, per le modalità con cui è stata selezionata, abbia almeno la sensibilità di astenersi dal tradire insieme democrazia e diritto». Cosa ha da dire il Pd?

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