E così l’amministrazione comunale di San Gimignano, a fine mandato e senza troppi clamori, sta cercando di trasformare il San Domenico (l’ex carcere, un area che occupa oltre il 10% della superficie del centro storico, nonché primo nucleo storico della città e prigione per molti partigiani durante il fascismo) in un albergo di lusso, con un bando per una concessione gratuita di 70 (!) anni.
Opporsi a una tale decisione è questione di principio, di politica e di buon senso.

Di principio perché dopo una stagione dominata dal furore ideologico delle privatizzazioni, i cui disastrosi esiti sono sempre più evidenti, è arrivato il momento di un’inversione di tendenza: tanto più in questo caso, in cui la privatizzazione è sempre stata avversata, a parole anche dall’attuale amministrazione e dai suoi componenti ovunque essi militassero, fin dalla prima volta in cui venne paventata, quando oltre vent’anni fa il carcere fu trasferito e tutti festeggiavano il ritorno alla città di una sua parte così significativa. E pensare che solo quarant’anni fa il Comune di San Gimignano espropriava ai “nobili” la Rocca di Montestaffoli, per riportarla nella disponibilità di tutti i cittadini; oggi coloro che sarebbero (in parte) gli eredi di quella esperienza amministrativa
decidono di fare l’opposto….

Di politica, se per fare politica si intende ambire a qualcosa di più di una gestione meramente ragionieristica e lobbistica della cosa pubblica: avere un’idea di società, di città, una prospettiva di lungo respiro, la consapevolezza che le proprie scelte ricadranno sulle generazioni future e che, soprattutto se ci si trova tra le mani un “patrimonio dell’umanità”, siamo chiamati ad una responsabilità maggiore, che va oltre i confini comunali e che ci potrebbe permettere di costituire un esempio e un modello anche per altre esperienze. San Gimignano oggi, come molte città d’arte, subisce i contraccolpi di un turismo che è diventato via via sempre più difficilmente governabile e insidioso per la tenuta delle comunità che ne vengono travolte, a causa di dinamiche in gran parte sovranazionali e nazionali (la logica delle “liberalizzazioni” selvagge delle attività commerciali, per esempio), ma anche per la rinuncia (non si capisce se deliberata o semplicemente causata dalla propria inadeguatezza) della politica locale a mettere in campo gli strumenti che le restano a disposizione, in primis quelli urbanistici e di governo del territorio, per arginare la desertificazione sociale che investe i nostri centri urbani (e non solo quelli turistici). Nel caso di San Gimignano, anzi, molte scelte sembrano favorire la trasformazione della città in un parco giochi (già il termine museo sarebbe troppo generoso) che è ormai limitativo definire “mordi e fuggi” (“usa e getta” è infatti drammaticamente più consono), secondo la logica per cui turismo significa necessariamente ricchezza e sviluppo e per questo qualsiasi richiesta di maggiore sfruttamento deve essere assecondata, senza preoccuparsi troppo delle ripercussioni e senza interrogarsi sulla lungimiranza di tale atteggiamento. In un quadro di spopolamento del centro storico, di sovraccarico di strutture ricettive, di affitti commerciali alle stelle, la scelta di trasformare l’ex carcere in un albergo di lusso, con annessi e connessi, non solo priva la comunità sangimignanese della fruizione di un suo spazio così rilevante, ma cala come un macigno su ogni possibile tentativo futuro di inversione di tendenza rispetto al quadro attuale. Se vent’anni fa si fantasticava di progetti di botteghe artigiane, aree museali, teatri e spazi aperti, oggi, in una situazione peggiorata forse oltre le previsioni, la scelta realmente “rivoluzionaria” sarebbe quella di destinare gran parte di quella porzione di città ad una funzione residenziale, ovviamente di carattere “popolare”. Un tempo, consci del valore e dell’importanza del patrimonio che si era chiamati ad amministrare, si interpellavano tecnici ed architetti di fama mondiale, per trovare le soluzioni più adeguate. Oggi invece ci si avvale di consulenze esterne per stabilire la disposizione dei banchi del mercato, mentre decisioni così importanti vengono prese in autonomia, in fretta e furia, a fine mandato.

Di buon senso perché anche senza tenere in considerazione l’aspetto “ideologico” della privatizzazione, senza condividere la preoccupazione per le ricadute sul futuro della nostra comunità, basterebbe pensare alle conseguenze pratiche e immediate sul traffico e sulla congestione di una zona già ampiamente stressata, soprattutto se si realizzasse anche (speriamo di no) il mega progetto del centro di riabilitazione nell’ex ospedale.

Partito della Rifondazione Comunista Federazione di Siena

Per tutti questi motivi vi invitiamo a firmare la petizione online cliccando qui!

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