In Italia si sta assistendo, ormai da troppi anni, ad un costante e progressivo smantellamento del Sistema Sanitario Nazionale (SSN) istituito nel 1978 per sopperire al default del sistema mutualistico fino ad allora praticato.

Ogni giorno piccoli ospedali e servizi territoriali vengono chiusi o accorpati in altre sedi, il turnover degli operatori è sostanzialmente bloccato con la conseguenza che le condizioni di lavoro peggiorano, le liste d’attesa per visite ed esami si allungano e l’accesso a servizi di qualità non è più garantito a tutti.

I servizi sociali molto presto verranno riorganizzati, anche nella nostra Provincia, in macro aree dove operatori singoli dovranno occuparsi di determinati settori (es. handicap, minori, ecc.) per un’area estremamente vasta e diversificata, dovendo coprire una quantità di pazienti difficilmente gestibile, aggravando e riducendo notevolmente non solo la qualità del servizio stesso ma, con lo spostamento in un unica sede degli operatori, rendendo difficoltoso il raggiungimento stesso del servizio da parte dei soggetti più in difficoltà.

Questi risultati non sono solo da attribuire a tagli forzati dalle conseguenze nefaste della crisi ma bensì a scelte politiche consapevoli.

In Italia, rispetto al PIL, l’investimento economico in sanità è pari all’8,8% (nel 2015). Decisamente sotto la media Ocse che si aggira intorno al 9,3%. Nel 2016, inoltre, il governo Renzi ha deciso di fare un ulteriore taglio drastico alla spesa sanitaria pubblica per finanziare le mutue di categoria.

In questo scenario si evidenziano, pericolosamente, tendenze a rompere la natura universalistica del Sistema Sanitario Nazionale, da un lato ventilando ipotesi di accesso alle prestazioni attraverso la sottoscrizione di polizze assicurative (il sistema americano, per intenderci), da un altro introducendo per via contrattuale elementi di “welfare aziendale”, cioè riproponendo, nella sostanza, la vecchia logica particolaristica e corporativa delle mutue ed infine verso un ritorno del cosiddetto welfare familistico tipico delle società preindustriali.

Sta nascendo ad esempio in Valdelsa un progetto denominato “una famiglia per una famiglia” (nato in Piemonte) dove si cercherà di affiancare alle famiglie più “stabili” gruppi familiari con numerose difficoltà. Questo col tempo potrà giustificare la scomparsa di ulteriori servizi sociali che non saranno più responsabilità degli enti locali ma delle famiglie (e con molta probabilità della sua componente femminile, riportando la donna a quel ruolo di cura attribuitogli da una società ancora maschilista e patriarcale).

In Italia come in Europa l’obiettivo comune dei governi è quello di “vendere la nostra salute”, privatizzandola con la motivazione che il “privato” è più efficiente e meno caro, ma è un’enorme bugia. I paesi che hanno puntato su un sistema sanitario pubblico spendono meno ed i loro cittadini godono di maggiori tutele e di cure migliori.

Il Partito della Rifondazione Comunista di Siena ritiene che i soldi per finanziare adeguatamente e in modo universalistico la sanità debbano esserci. Anzi che i soldi ci sono: tassando adeguatamente i redditi elevati e i gradi patrimoni e togliendoli alle grandi opere inutili e dannose (come il TAV Torino-Lione).

Per tutti questi motivi aderiamo alla giornata europea di mobilitazione per la difesa della sanità pubblica “Our Health Is Not For Sale” – “La nostra Salute non è in vendita” di domani 7 aprile.

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