di Isabella Borghese 


In questi giorni hanno bloccato strade e autostrade trasformando i loro percorsi in un’unica “piazzola di sosta” e a qualcuno, ad Asti, è anche costata la vita. Quali sono in Italia, oggi, i numeri per presentare le condizioni attuali degli autotrasportatori padroncini? I dati diffusi da Trasporto Unito, tratti dall’incrocio di quelli dell’Albo Nazionale Autorasporto e Cerved, dichiarano le aziende che operano nel settore in un numero pari a 115.000, in 450.000 gli addetti e ben 65.000 le imprese chiuse negli ultimi sei anni. Accanto a questo dato un ulteriore riferimento mette in crisi il settore: si stimano circa 20.000 ditte che non riescono neppure a fallire per assoluta mancanza di liquidità. E si arriva al 50% di aziende operative, seppur siano in stato di crisi irreversibile, considerando che ogni impresa è gravata mediamente da circa 200.000 euro di debiti. Tra i piccoli autotrasportatori in sofferenza non mancano oltre 5 mila stranieri, titolari di impresa individuale: nell’ordine risultano marocchini (quasi 800), rumeni (400), albanesi (circa 380) e peruviani (360). Ma a soffrire la crisi, secondo una ricerca che emerge da un’elaborazione dell’ufficio studi della Camera di Commercio, dobbiamo ricordare anche le oltre 1.700 padroncini “donne” che rappresentano il 3,1% sul totale. Ad aggravare la situazione dal 2009 ad oggi, secondo i dati forniti dalla CGIA di Mestre, si è fatta avanti la prepotenza dell’aumento del gasolio pari a + 54,5%, dei pedaggi autostradali da minimo 16,7% e delle assicurazioni che vanno dal 50 al 100%. A fronte di aumenti così sostanziosi un autotrasportatore oggi deve anche affrontare in media 3.000 euro all’anno per assicurare la motrice di un Tir e 200 euro circa per il rimorchio. Per avere un quadro generale del nostro paese il settore dell’autotrasporto muove fra l’80 e il 90% delle merci che si spostano sul territorio italiano, da qui è facile comprendere il caos che in questi giorni ha minacciato l’Italia, provocando una reazione a catena che avrebbe potuto veramente paralizzare il paese. Nelle merci in esportazione verso altri paesi europei l’autotrasporto italiano è sceso sotto quota del 25% e nelle merci in importazione è sotto quota del 12%. In soldoni la ricerca per il trasporto di strada in Italia evidenzia un giro d’affari pari a 46 miliardi di euro che negli ultimi due anni ha vissuto una contrazione pari in media al 19%. Il dramma emerso in questi giorni, denunciato dalla categoria riguarda soprattutto i costi chilometrici applicati dai committenti. Qual è dunque la tariffa che viene corrisposta ad un autotrasportatore che fa lunghe percorrenze? Siamo a un tariffario ridicolo: 1,20 euro/km. Ma non si può omettere che a questa cifra va tolto il prezzo del carburante, di media pari a 0,46 euro/km (da questo importo si è scorporata l’Iva ma non le accise che le imprese del settore possono recuperare solo sugli automezzi che superano le 7,5 tonnellate di peso). Il guadagno lordo è intorno a 0,74 euro/ km, chiaramente eludendo altri costi come l’ammortamento dell’automezzo, l’assicurazione, il bollo, il cambio pneumatici, la manutenzione-riparazione e i pedaggi autostradali e le imposte ed i contributi. Cosa resta dunque all’autotrasportatore? Un importo netto si riduce a 0,15 €/km. I dati diffusi dalla CGIA di Mestre – Associazione Artigiani Piccole Imprese Mestre – rendono lo scenario ancora più complesso e deprimente se consideriamo che gli autotrasportatori italiani subiscono anche la concorrenza di quelli stranieri. Subire sembra un termine che calza a pennello in questo caso: i colleghi dell’est infatti sembra che viaggino con una tariffa pari a 0,80euro/km, senza il rispetto degli orari di guida e dei limiti di peso. I numeri che “fanno” gli autotrasportatori padroncini nel paese in cui il governo Monti impone liberalizzazioni e laddove la crisi costringe cittadini già in dichiarate difficoltà a sacrifici impossibili non fa che denunciare un’evidente realtà: il settore dell’autotrasporto è in ginocchio e a pagarne, nel nostro paese, sono, ancora una volta i più deboli. Quelli che i soldi in tasca non ne hanno più, ma a cui si chiede “un sacrificio perenne”, un “dare senza ricevere”. Anche loro stanno pagando la crisi

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