di Romina Velchi
La spending review piace a tutti: piace alla Commissione Ue, che, per bocca del commissario Olli Rehn, fa sapere di apprezzare le misure decise da Monti perché sono «in linea con le raccomandazioni dell’Ecofin»; piace a Mario Draghi, governatore della Bce, perché «consentirà all’Italia di raggiungere gli obiettivi fiscali»; piace alla corte dei Conti, perché è un «procedimento virtuoso»; piace, manco a dirlo, a Casini perché sono «tagli dolorosi ma non più rinviabili» e bisogna essere «comprensivi con il governo». Però lo spread resta alle stelle: ieri ha superato i 480 punti. Tutta colpa delle «esternazioni irresponsabili» (copyright di Repubblica) del presidente di Confindustria che si è permesso di criticare il governo rifilandogli un voto tra il 5 e il 6 e parlando di «macelleria sociale».
Oltre agli strali del quotidiano diretto da Ezio Mauro, Squinzi si è visto piovere addosso critiche un po’ dappertutto, in primis quella di Monti stesso, secondo il quale quelle parole avrebbero fatto salire lo spread e così è stato: dal premier operaio, al premier veggente.
Forse (forse), le cose sono un po’ più complicate e certo per l’Italia i pericoli non vengono dalle dichiarazioni di un presidente di Confindustria. A ben vedere, a Monti fa comodo che lo spread continui a volare alto, perché questo gli permette di cambiare musica e di dire (adesso) che i mercati temono l’«incertezza» su cosa accadrà nel 2013 e dunque lui potrebbe decidere di restare al timone dell’Italia per garantire la necessaria continuità e tranquillizzare così i mercati medesimi. Ma questa è un’altra storia.
Il provvedimento sulla spending review ha iniziato ieri il suo iter parlamentare sbarcando nella commissione bilancio del Senato e non sarà un cammino facile. La prova sta nell’appello lanciato al governo dal segretario del Pd Bersani: occorre aprire subito un tavolo sulla sanità tra ministro della salute, del tesoro e regioni «perché altrimenti si rischia che la situazione diventi ingovernabile in Parlamento». Insomma, manda a dire a Monti, solo concertando «noi possiamo fare da sponda, senza è molto difficile».
La preoccupazione del leader del Pd (di non tenere il partito?) è palpabile vista l’opposizione dei sindacati e degli enti locali e specie dopo aver ascoltato il ministro Balduzzi che, ad un convegno sulla salute, ha snocciolato cifre da brivido: in tre anni i tagli alla sanità (pardon, non sono «tecnicamente tagli. Si tratta di un definanziamento con più componenti» fa mettere a verbale il ministro della salute) ammonteranno a quasi 8 miliardi di euro (900 milioni per il 2012, 4,3 miliardi per il 2013, 2,7 miliardi per il 2014), mentre i posti letto tagliati saranno ben 7000. Balduzzi si dice disponibile «da domani mattina» a discutere eventuali modifiche, a fare patti sulla salute, ad aprire tavoli con le regioni; ma se poi, come è stato per le altre manovre del governo Monti, i saldi devono restare invariati sennò l’Europa si arrabbia, ci sarà ben poco da modificare.
Dunque, è comprensibile la preoccupazione di Bersani se il Pd sarà costretto a mandar giù un simile rospo. Lo dice chiaro e tondo il presidente della Conferenza delle Regioni: «La spending review è sbagliata perché conferma il percorso classico fatto dal ministero dell’economia degli ultimi otto anni» e «negli ultimi tre anni, compresa la spending review, abbiamo avuto un taglio complessivo di 21 miliardi di euro mentre la spesa privata è superiore ormai ai 30 miliardi». Così, avverte Vasco Errani, «il sistema non reggerà» a tutto vantaggio della sanità privata.
E non c’è solo la sanità. Il ministro della Pubblica amministrazione ammette che gli esuberi saranno 24mila «undicimila per l’amministrazione centrale e 13mila per gli enti territoriali». Certo, dice Patroni Griffi, «non ci sarà nulla di traumatico ma un intervento con selettività e gradualità». Peccato che la collega di governo Fornero, già metta le mani avanti: su quante persone potranno accedere al pensionamento anticipato «i numeri sono tutti da verificare». Insomma, il rischio è un nuovo “caso esodati“. E poi i trasporti, altro settore pesantemente colpito dalla revisione della spesa pubblica: «Chiederò a Monti il ripristino integrale delle somme destinate al trasporto pubblico locale, perché questo taglio è disastroso» annuncia il governatore della Lombardia Formigoni.
Così, mentre il governatore del Veneto Zaia si dice convinto che «la spending review sia incostituzionale» e dunque «faremo ricorso alla Corte costituzionale», dal capogruppo alla Camera del Pdl Cicchitto arriva la domanda che non ti aspetti: «Perché sotto la scure non sono caduti anche i miliardi da spendere per gli aerei F35?». Già, perché?

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