Nel silenzio assordante dei principali media, evidentemente troppo impegnati a narrare le gesta di tre maldestre aspiranti artiste punk in Russia, così muore per mancanza di lavoro un operaio nella «democratica» Italia. Così come quotidianamente perdono la vita sul posto di lavoro, sempre più precario e sottopagato troppi operai costretti a sottostare al ricatto padronale.

Non ce l’ha fatta Angelo Di Carlo, il suo cuore ha smesso di battere dopo otto lunghissimi giorni d’agonia. L’operaio cinquantaquattrenne rimasto disoccupato, si era dato fuoco per protesta dinanzi palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati. Aveva riportato gravi ustioni sull’ottantacinque per cento del corpo. Da allora era ricoverato presso l’ospedale Sant’Eugenio.

L’uomo originario di Roma, ma da anni stabilitosi in quel di Forlì, il giorno undici di agosto arrivò in piazza verso l’una di notte e tirò fuori una bottiglia di liquido infiammabile che cosparse sul suo corpo. Divenuto una torcia umana si scagliò verso l’ingresso della Camera dei Deputati, il luogo dove da un ventennio a questa parte è stato distrutto il lavoro a colpi di controriforme. Un gesto estremo per una persona piegata da problemi di natura economica, rimasto vedovo, con un figlio a carico e senza lavoro. Da anni ormai faceva i conti con precarietà e mancanza di lavoro. Nello zainetto che aveva con se fu trovata una lettera indirizzata al figlio, a cui lasciò tutti i suoi averi: 160 euro.

Nel silenzio assordante dei principali media, evidentemente troppo impegnati a narrare le gesta di tre maldestre aspiranti artiste punk in Russia, così muore per mancanza di lavoro un operaio nella «democratica» Italia. Così come quotidianamente perdono la vita sul posto di lavoro, sempre più precario e sottopagato troppi operai costretti a sottostare al ricatto padronale.

Fabrizio Verde

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